MERCOLEDÌ SERA.

Guardo fuori dalla finestra dell'ufficio. Nono piano. Si vedono le luci della città, alcune azzurre, la magior parte arancioni. Fuori fa freddo e sta nevicando.
Esco dall'ufficio. È mercoledì sera e ho il turno al bivacco.
Devo essere li per le 19,00, perché gli ospiti entrano alle 19,30.
Fuori dal palazzo dove lavoro, i soliti rumori di sempre. I clacson che litigano tra loro, il 16 che cigola e sferraglia, i motori delle auto. Ma tutto sembra ammorbidito, ovattato dalla neve. Mi avvio verso il bivacco. Dieci minuti a piedi. Persone che tornano a casa.
In fondo anche i nostri ospiti tornano a casa dopo una giornata passata fuori. FUORI DAVVERO.

A metà strada incrocio una vecchia che cammina ricurva in avanti, con le borse della spesa. Sembra quasi ingobbita dai fiocchi di neve che le cadono sulle spalle. Costeggio il parco del Valentino. Sotto la neve, seduto su una panchina, un uomo sta bevendo da un cartoccio di vino. Sembra che non senta la temperatura. Forse non la sente proprio, grazie al vino.

Arrivato davanti alla porta del bivacco, il nostro dormitorio, sono già tutti li fuori che aspettano. Sono tanti, rispetto alla settimana scorsa. Paola mi avrebbe avvisato che sarebbe salito il numero degli ospiti, questa settimana il freddo aumenta le presenze.
Faccio loro presente che sono in anticipo, perché si può entrare solo dalle 19,30. Tutti annuiscono rassegnati. Alcuni di loro hanno giacche e giubbotti completamente inzuppati. Entro e chiudo la porta.
Carlo mi saluta. Mi chiede sempre come sto e come va il lavoro. Gli dico che va tutto bene e che vorrei aprire un po' prima il bivacco, stasera. Lui mi dice che l’orario è alle 19,30, io gli dico che ha ragione, ma che fa molto freddo e quindi oggi si entra alle 19,15.
Lui mi dice che va bene.

Ci confrontiamo sulle ultime questioni orrganizzative, prima di farli entrare. Chi deve fare la doccia stasera, chi deve prendere delle medicine particolari, chi ha chiesto la sera prima dei pantaloni nuovi che sarebbero arrivati oggi. Dobbiamo ricordarci che F. è celiaco, quindi non può mangiare pane e pasta.

Saluto Margherita, la cuoca. Il rpfumo è invitante e le chiedo di curiosare nella pentola. Minestra di legumi misti. Farà sicuramente piacere con questo freddo.
Vado in direzione e controllo il registro. Dobbiamo annotare le presenze e tutto ciò che di importante avviene. Vedo che oggi entra un ospite nuovo, infatti mi hanno lasciato la scheda in vista con la fotocopia della sua carta d'identità.

Dico a Carlo che può aprire la porta e farli entrare. Li saluto uno a uno, segno i loro nomi, ricordi i turni doccia e le medicine da prendere. Sono un po’ stanco, non sto riuscendo a interessarmi veramente a chi ho davanti. W. il terzo ospite ad entrare, mi sorride e mi chiede se sto bene. Me lo chiede con gli occhi come se volesse saperlo veramente. Gli dico che è solo un po' di stanchezza. Riesce a strapparmi un sorriso, mentre lo ringrazio. D. è completamente fradicio, ma non ha certamente perso la sua visionaria e abituale allegria. Mi saluta, mi stringe calorosamente la mano e comincia a parlarmi del freddo, dei potenti che non si interessano a noi, del fatto che un po’ di barbera non ha mai fatto male a nessuno ma che non bisogna esagerare, che lui infatti non esagera, che gli uccellini sugli alberi sono sempre felici e che Dio e la Madonna ci proteggono lo stesso. Non so se ridere o commuovermi, di sicuro non sono puù stanco.

A tavola stiamo un po' stretti ma comodi. In effetti è la prima volta quest’anno che vedo il bivacco al completo. Quindici persone.
B. e G. sono alticci, come del resto D. Ma mentre D. mangia sorridendo e continua a parlare un po' con tutti e un po’ con non si sa chi, B. e G. si stanno punzecchiando.
Provo a calmare le acque dicendo di stare tranquilli e se c’è un problema se ne può parlare con calma. Sembra abbia funzionato, per ora. Dopo cena, B. mi chiede di andare fuori a fumare. Facciamo un gruppetto di cinque persone e andiamo fuori dal portone. Sta ancora nevicando, e le nuvole di vapore acqueo che ci escono dalle bocche si incrociano. F. mi dice che non riesce a trovare lavoro, che fa quasi un collequio al giorno da 2 mesi: Ha iniziato a bere. La moglie lo ha lasciato portandosi via tutto. Figlia compresa. È la prima volta che mi capita che una persona così sconosciuta si apra del tutto. Deve essere molto solo, infatti ho notato a cena che non parla con gli ospiti. Cerco di rassicurarlo e di convincerlo che le cose si sistemeranno, ma oggi faccio fatica perché io stesso non ne sono affatto convinto.

Gli altri vogliono rientrare. In tv danno una partita di calcio. Mi sento strano. Vorrei essere più presente, ma trovo duro mettere da parte le mie preoccupazioni. Come se le chiudessi in un cassetto e questo si riapre da solo ogni volta.

Rientriamo.

B. e G. sembrano più tranquilli, dopo la sigaretta. Osservo con più attenzione gli ospiti. Sembrano tutti stanchi, ognuno in modo diverso, con reazioni diverse, ma sembrano tutti stanchi. Carlo porta una cesta colma di cioccolatini, e D. si avventa pretendendone una manciata, senza sceglierne il tipo. Bofonchia qualcosa e sorride. Come un bambino che ride soddisfatto, pensando di averti fregato in qualche modo.
Gli altri si avvicinano più calmi. Arriva anche il vassoio con una tisana calda. Non sta succedendo nulla di speciale e regna uno strano silenzio. Ma non un silenzio fatto di disagio e timidezza. È come se tutti si stessero rilassando un po', dopo la dura giornata. Perché vagare per la città d’inverno anche senza lavorare può essere molto faticoso. La gente non lo immagina, e crede che chi non lavora deve essere per forza riposato. D’un tratto F. si volta verso di me. Mi fissa. Gli parte un sorriso di una dolcezza che credo non aver mai visto prima. Non mi dice niente. Sorride. L‘umore mi cambia completamente. È come se ci fossimo detti tutto. In questo momento, lui ha aiutato me.

Mi sono chiesto spesso perché sono volontario della Bartolomeo, ormai da una decina d’anni. Non sono mai stato credente, e le mie prime motivazioni politico-sociali sono sempre state come una mano di vernice superficiale. Dai una grattata e viene via. Io credo che mi piacciano gli esseri umani, nel bene e nel male. Credo che alla fine facciamo tutti parte della stessa specie animale. Lo trovo motivo più che sufficiente per provare ad aiutarci, anche se non sempre siamo in grado di farlo

Luca